L’Attività Assistita con il Cavallo in favore di minori con Disturbo dello spettro autistico e di quelli con Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD)

Descriviamo qui a grandi linee l’ intervento per mezzo del cavallo che la ASD Ciampacavallo aicastellipratica con minori autistici o con tratti autistici e  con quelli cosiddetti iperattivi. La finalità generale dell’Associazione sportiva è quella di promuovere un’attività ludico-sportiva integrata, ossia destinata a persone con handicap e normotipiche che attraverso la relazione con i cavalli fanno una comune esperienza che contribuisce al benessere psicofisico, all’acquisizione di abilità e autonomie e alla conoscenza e accettazione della diversità. L’ esperienza ci insegna che nella pratica equestre - intesa in senso lato (dalle attività di governo dei cavalli a quelle di equitazione)- handicap e normotipia non sono correlate direttamente a  una minore ovvero maggiore capacità di gestione del cavallo e di armonizzazione della relazione con questo animale. Capita per esempio, per stare in tema, che un soggetto autistico conduca il cavallo sottomano(ossia  condurlo da terra,  standogli accanto) meglio di un soggetto normotipico o che quest’ultimo necessiti di numerose lezioni per riuscire a stare in buon equilibrio sopra l’animale in movimento laddove invece la gran parte dei soggetti affetti da autismo lo hanno in maniera del tutto spontanea e naturale. Allo stesso modo ragazzi con diagnosi ADHD possono nell’ambito delle gare di equitazione vincere con performance fuori dal comune. 

  Sebbene l’AttivitàAssistita con il Cavallo (AAC)abbia in sé aspetti riabilitativi e sia un buon mezzo per sviluppare autonomie e autostima, l’ assenza di un quadro normativo nazionale e di un ufficiale riconoscimento scientifico che la equiparino agli interventi riabilitativi riconosciuti dal sistema sanitario ci legittima a considerarla e praticarla semplicemente come un’attività ludico-sportiva a valenza ricreativa (il divertimento di chi ne fruisce) e sociale ( l’integrazione sociale di soggetti con handicap). Ci piace quindi chiamare i nostri utenti ‘allievi’.

  

                                          Allievi con Disturbo dello spettro autistico

Nell’intervento AAC  in favore di minori con Disturbo dello spettro autistico è di grande importanza la qualità e solidità della relazione con il tecnico di riferimento. I bassi o bassissimi livelli di autonomia oltre i quali essi non riescono ad andare rendono il tecnico mediatore  indispensabile nell’esperienza di relazione con il cavallo. La più o meno forte compromissione delle capacità di comunicazione, e in particolare del linguaggio verbale, sollecita per il tecnico di riferimento una funzione di decodifica dei loro stati d’animo e bisogni (un po’ come avviene nel rapporto tra uomo e cavallo. . . )

  Nell’inserimento di bambini  con questo tipo di disturbi la gradualità nella fase di avvicinamento al cavallo  è d’obbligo: tanto più perché la effettiva motivazione a fare cavallo è spesso un obiettivo da raggiungersi, assente nelle primissime fasi del percorso esperienziale. Al bambino autistico o con forti tratti autistici non basta che i genitori dicano: “che bello, oggi cominci a fare cavallo!” perché questi arrivi con una reale cognizione di ciò che l’attende su cui sviluppare aspettative e motivazione – motore di ogni attività.

  Stabilità dell’esperienza (la frequenza costante) ripetitività e prevedibilità  delle attività fatte in ogni singolo incontro sono alla base della necessaria strategia motivazionale adottata dal tecnico. Quindi:

  • Stesso giorno della settimana 
  • Stessa figura adulta di riferimento
  • Stesso cavallo
  • Stessa sequenza di attività (Prendere il cavallo, pulirlo, bardarlo etc. etc.)

Altro elemento della strategia motivazionale è il legame affettivo tra tecnico e allievo, centrato sulla suddetta capacità di comprensione dei bisogni,  che il tecnico cerca  di trasferire anche alla relazione tra allievo e cavallo.

  Se l’inserimento va a buon fine, alla domanda dell’ipotetico genitore “Ti va di andare a fare cavallo?” il bambino darà una risposta positiva che può essere attribuita all’attrazione esercitata dall’andare a cavallo così come alla possibilità di stare e correre all’aria aperta o al legame privilegiato con il tecnico di riferimento.

  Dal punto di vista di quest’ultimo il rapporto in modalità ‘uno–ad–uno’  con l’utente autistico grave  può alla lunga produrre  frustrazione e demotivazione  perché  povero di sostanziali novità e progressi, non tanto sul piano della relazione con l’utente quanto su quello dell’acquisizione di autonomie e capacità equestri. Generalmente, dopo la fase iniziale, resa molto interessante dalla progressiva conoscenza del ragazzo, dall’esperienza di entrare nel suo mondo e di trovare una modalità comunicativa, affrontarne le crisi e prevenirle, si entra in lunghi periodi di stasi in cui la ripetitività delle lezioni rende queste per noi povere di stimoli e noiose. Da cui il modo di dire che “Certe ore di lezione sono più lunghe di altre” e la necessità di un avvicendamento con un altro tecnico dopo un congruo periodo di attività. Tuttavia riteniamo che, dal punto di vista dell’allievo con un disturbo autistico grave, il fatto di fare anche per anni sempre le stesse cose nell’ambito della AAC non significa che questa sia per lui priva di interesse  e inutile. Può comunque essere un’ attività con effetti positivi sulla stabilizzazione dell’umore e  sul suo benessere psicofisico.

Allievi con Disturbo da deficit di attenzione/iperattività

I minori che afferiscono al nostro servizio di AAC con una diagnosi di ADHD o che comunque evidenziano problematiche cognitivo-comportamentali riconducibili a quel quadro psicodiagnostico  sono generalmente bambini o preadolescenti che possiamo definire  ‘ad alto funzionamento’. Ad uno sguardo esterno possono apparire del tutto normotipici e, anzi, dotati di particolari capacità equestri. Ma in realtà si va dal soggetto con un deficit di attenzione a quello che propende verso una modalità relazionale centrata sulla provocazione o  quello con problemi comportamentali di cattiva condotta.

 Fermo restando che, come per ogni tipo di handicap, ogni soggetto è un fatto a sé  stante, possiamo generalizzare dicendo che il loro inserimento risulta spesso facile, corroborato da un alto livello motivazionale dell’allievo e spesso da capacità motorie e cognitive nella norma ovvero superiori.

La facilità di inserimento, d’altra parte, oltre che essere un evento motivante e positivo, può indurre il tecnico a sottovalutare e non prevedere l’insorgenza di situazioni critiche. Perciò l’intervento deve sempre svilupparsi in un rapporto  ‘uno-ad-uno’ nel quale il tecnico stabilisce regole chiare e una preordinata sequenza di attività. La scansione preordinata e regolare delle attività aiuta l’allievo a definire e tollerare il tempo necessario a ogni step prima che si possa passare a quello successivo (che si dà il caso sia sempre più appetibile di quello in cui lui è in un dato momento impegnato . . .) Riuscire a farlo stare nella situazione, dedicandole la necessaria attenzione, è una modalità di intervento che comporta anche il sostegno nell’affrontare le frustrazioni. Sono queste a generare crisi che spesso ci colgono di sorpresa: perché non ne cogliamo le cause o, pur cogliendole, ne sottovalutiamo gli effetti.

  E’ anche importante che l’intervento, seppur strutturato intorno a regole e limitazioni, declini l’esperienza di avviamento allo sport  in chiave ludica e ricreativa. Ciò permette di non alimentare precocemente ‘ansie da prestazione’ e atteggiamenti competitivi che, oltre a esporre l’allievo a frustrazioni, ne sollecitano le corse in avanti distogliendolo dal vivere l’esperienza nel ‘qui ed ora’.   E’ anche vero però che dopo un congruo periodo ludico-sportivo l’esperienza di questo tipo di allievi può essere arricchita con la partecipazioni a gare sportive e allenamenti svolti in funzione di queste, funzionali al miglioramento della capacità di concentrazione e di tolleranza della frustrazione che ogni evento competitivo, dove a vincere è uno solo, può con ogni probabilità comportare.

 Dal punto di vista del tecnico, questi cerca di non farsi prendere da facili entusiasmi per i progressi spesso precoci così come dallo sconforto per agiti aggressivi o comportamenti provocatori e oppositivi. Nella programmazione dell’intervento è buona cosa che egli si ponga come obiettivo a lungo termine lo sviluppo di livelli di autonomia nella gestione del cavallo e nelle relazioni interpersonali tali da non rendere più necessario il rapporto con l’istruttore in modalità ‘uno-ad-uno’.

  Senza dubbio è di centrale importanza interfacciarsi con i genitori e possibilmente anche con le altre figure professionali che seguono il minore per comprenderne meglio stati d’animo e comportamenti, e per quanto ci è possibile rendere il nostro intervento coerente con i loro.  

 Dott. Gabriele Sanna

(Responsabile tecnico della ASD Ciampacavallo ai castelli)