Il Disturbo da Deficit d’attenzione ed Iperattività 

Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività conosciuto con l’acronimo inglese di ADHD è un disturbo dello sviluppo neuropsichico caratterizzato da due gruppi di sintomi o dimensioni psicopatologiche definibili come inattenzione ed iperattività/impulsività secondo i criteri del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) dell’American Psychiatric Assosiation.

I criteri diagnostici, definiti nel DSM-5, devono manifestarsi prima dei 12 anni di età ed essere più gravi di quelli rilevati in altri bambini della stessa età, dello stesso livello di sviluppo e devono essere presenti in diversi contesti, come a scuola, a casa e nel gioco/sport. 
I sintomi d’inattenzione e di iperattività/impulsività, possono essere presenti insieme oppure avere una diversa prevalenza nella sintomatologia, andando a definite dei sottotipi clinici.

Essendo un disturbo prevalentemente cronico, tali sintomi si modificano con l’età e possono durare per tutta la vita e per poterne porre diagnosi è necessario che creino dei problemi disadattivi nella vita quotidiana. Sono inoltre descritti deficit a carico delle funzioni esecutive, delle abilità di pianificazione di un compito e difficoltà socio-relazionali.

Tale disturbo può presentarsi in comorbidità con diversi altri disturbi del neurosviluppo che variano in relazione all’età del soggetto. Pertanto sarà frequente la comorbidità con i disturbi d’apprendimento nella prima infanzia, mentre si associano in genere disturbi d’ansia, dell’umore e disturbi del comportamento nell’adolescenza e nell’adulto. Vi sono inoltre correlazioni anche con i disturbi del sonno e l’obesità. Nel DSM-5 è inoltre stata riconosciuta la possibilità di porre diagnosi in comorbidità anche con i Disturbi dello spettro autistico.

È pertanto necessario, in sede di valutazione diagnostica, che venga effettuata un’attenta diagnosi differenziale.

Prevalenza

L’ultima meta-analisi condotta nel 2012 da Willcutt secondo i criteri del DSM-IV, ha evidenziato 86 studi condotti su bambini ed 11 condotti su adulti in diverse aree geografiche ed ha stimato una prevalenza nei bambini e negli adolescenti del 5.9-7.1 %, mentre negli adulti del 5 %.

Non sembrano esservi differenze significative nei diversi paesi del mondo, ma necessita di ulteriore approfondimento lo studio dell’effetto dello status socio economico e dell’etnicità sulla prevalenza dell’ADHD.

In tutti gli studi viene descritta una maggiore prevalenza nei maschi, malgrado la diagnosi nelle femmine sia sottostimata.

 

Eziologia

L’ADHD è un disturbo complesso del quale non si conosce un’unica eziologia, ma l’ipotesi più accreditata è quella secondo la quale fattori genetici ed ambientali interagiscono in una fase precoce dello sviluppo alterando diversi network neuronali che portano ai deficit neuropsicologici presenti nell’ADHD.

 

Fattori Genetici

Ereditarietà del 60-90%

I geni candidati sono quelli che regolano i sistemi dei neurotrasmettitori implicati nell’ADHD soprattutto quelli della dopamina, noradrenalina e della serotonina. 

Fattori ambientali

Fattori pre-natali: fumo materno, assunzione di alcool e abuso di sostanze in gravidanza (cocaina) 

Fattori peri-natali: basso peso alla nascita, apgar < 5

Fattori post-natali: malnutrizione, dieta, storia di istituzionalizzazione

Trattamento 

Il trattamento del disturbo è di tipo multimodale e sempre più spesso, individualizzato in base alle caratteristiche del paziente e dell’ambiente nel quale vive.

Tra gli interventi terapeutici vi sono la Psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale, il parent training, il teacher training ed in combinazione alla psicoterapia più essere in alcuni casi incluso il trattamento farmacologico.

Gli scopi e gli obiettivi del trattamento multimodale sono:

  • Ridurre i sintomi dell’ADHD
  • Ridurre i sintomi in comorbidità (talvolta abbinando terapia logopedica e/o neuropsicomotoria in base all’età ed alla comorbidità specifica)
  • Ridurre il rischio di ulteriori complicazioni
  • Adattare l’ambiente ai bisogni del paziente
  • Migliorare le capacità di adattamento del paziente
  • Cambiarel’atteggiamento negativo deigenitori e degli insegnanti